L’ultimo in fondo a destra

L’Ultimo in fondo a destra. É un modo di dire comune in alcuni mondi.

Quell’estate faceva un caldo appiccicaticcio, non avevo voglia di svegliarmi. Perchè mai avevo fatto quel corso per distinguermi dal resto del mio gruppo? Perchè mai cercarmi una sorte così meschina? Eppure mi ero distinta e questo aveva portato al peggio. L’ultima in fondo a destra di questo nuovo gruppo. Avevo servito l’azienda per mesi dopo essere stata scelta battendo in furbizia gli uomini (che non è poi una gran prova) e in sagacia le donne [questo decisamente più difficile] e poi avevo scelto di contare qualcosa di più. Era tanto più bello starsene a quella scrivania a elaborare dati sulle mie pivot, poi ho voluto di più. E son finita qui.

Questo Paese mi sfianca. Solo zanzare e corvi. Zanzariere e presagi. Guardo fuori dalla finestra: un deserto infinito popolato di esseri brulicanti, nervosi di fare, di ottenere, di concludere un seppur minimo affare per sentirsi soddisfatti e tornare alle loro baracche fieri di aver trionfato. Non è il caldo che mi smembra ma è il perenne appiccicaticcio mondo insulso intorno, come se io dovessi contare più di quel che conto in questo continuo rincorrersi di salite verso un gradino più alto senza mai vederne la fine, come alla ricerca di una costante impellente necessità di essere l’ultima di qualcosa. Ho chiuso la finestra, acceso il condizionatore e fatto la doccia. Non ero certa se fosse il caldo appiccicaticcio o l’aria dell’apparecchio ma avevo la sensazione di non essere bagnata pur non trovandomi mai asciutta. Quest’agglomerato di casette prestampate è costruito per non farti mai uscire nel mondo reale, collegato direttamente con l’azienda, solo quella finestra del mio bungalow di legno confina con la periferia est del villaggio industriale e mi da modo di guardare fuori. Ho richiuso la finestra e sono uscita verso il corridoio dell’azienda.

Dalla scrivania al girotondo, qui si inizia la giornata uno accanto all’altra, solitamente bevendo un caffè brodoso che ti fa rimpiangere quello che bevevi da sola al bar prima di scappare verso la metro, inesorabilmente in ritardo. Ma qui essere in ritardo è difficile, hai scelto un lavoro e quello sei destinato a fare, perso nello spazio vuoto di ciò che ti circonda e che non conosci, che non potrai mai conoscere. Poi, quel giorno, la parte peggiore d ciò che non potevo conoscere ha fatto irruzione nel mio mondo di acciaio e legno prestampato. A quanto pare, sul finire dello scorso anno, l’azienda aveva violato la prima regola di un mondo, ovvero rispettarne le regole, smettendo di consegnare le mazzette che per una decade, a mezzo di uno sgangherato furgoncino guidato da un ancor più sgangherato soggetto sulla cinquantina, erano giunte ai signori locali, forte del contratto firmato con grandi sorrisi con il nuovo governo. Ma di governi qui ce ne sono di nuovi ogni giorno, di signori solo certi, e pare non muoiano mai.

Erano otto e noi non eravamo neanche uno. Osservavo i miei colleghi: quello Grasso, che poverino anche in condizioni normali era sempre grondante di sudore per questo caldo appiccicaticcio, piangeva in silenzio e si copriva le parti basse non potendo però così distogliere l’attenzione dalla chiazza gialla che si allargava ai suoi piedi; quello Buffone, che aveva sempre una parola di scherno per tutti mascherata da battuta, che era impietrito e, stranamente, ammutolito di fronte a questa situazione, quella Bella che, presagendo per lei il peggior trattamento immaginabile, tentava di nascondersi standosene a filo della macchina del caffè, quello Promosso ieri, che oggi doveva andarsene e che stava valutando, sbigottito, se mai avrebbe avuto un domani. Non ebbi comunque modo di osservarli tutti prima che ci facessero allineare, uno di fianco all’altro, uno uguale all’altro. Quello che con quest’azione si qualificò come il capo del nerboruto gruppo, ordinò al più giovane [questo era palese, il mercenario che ci puntava contro un mitra nero non avrà avuto più di 13 anni] di uccidere tutti.

Eravamo una linea di cadaveri e io, guarda caso, ero l’ultimo cadavere in fondo a destra. La cosa mi fece sorridere, ricordai di mio padre che, quando seppe di dover morire seppure nessuno avesse il cuore di dirglielo, mi disse calmo di non metterlo nell’ultima tomba a destra (che si era liberata la settimana prima dopo che il figlio del tale che vi era sepolto, che aveva perso il lavoro mesi prima, non ci aveva pensato due volte a fare economia e far spostare il genitore nell’ossario liberando così la postazione che si trovava, per l’appunto, sul confine del cimitero, entrando in fondo a destra) perchè diceva, si sta male li, si guarda sempre il mondo fuori. Ma qui eravamo tutti uguali, tutti una linea, ed essere l’ultima in fondo a destra non avrebbe potuto penalizzarmi in alcun modo.

Il ragazzino iniziò serafico il suo lavoro, quasi stesse lanciando dei sassi nello stagno per vedere gli strani giochi d’acqua che questi creano quando rimbalzano sulla superficie facendo diversi saltelli, osservava distaccato, incuriosito, ciò che esprimeva ciascuna persona prima che lui la cancellasse dalla linea. Paura, disprezzo, disperazione, paura. Soprattutto paura. Il gioco non lo divertiva gran che, era monotono guardare sempre la stessa cosa. Cominciò ad agire più in fretta. Fu allora che, capendo di non avere molto tempo prima che il ragazzino finisse il lavoro, il capo disse “Lascia l’ultima in fondo a destra, che testimoni”, e io, pur avendo negli occhi il ghigno del Buffone che di fianco a me moriva, sorrisi. Poi la sentii singhiozzare, alla mia destra, standosene a filo della macchina del caffè.

Questi sono stati i miei ultimi pensieri. Il mio ultimo pensiero è stato di essere l’ultima in fondo a destra, fino a che non lo sono stata più.

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